progetto vs metaprogetto

Prendo a prestito mamma wikipedia per spiegare cosa sia in sintesi un metaprogetto, che poi è lo strumento principe in uso allo studio mod-o (si, quelli che abitano qui nel co-wo!): “… In progettazione il metaprogetto, anche detto fase metaprogettuale, è l’attività progettuale di natura interdisciplinare, avente per obiettivo la gestione e l’indirizzo strategico del processo di transizione tra la fase di istruttoria del progetto (raccolta dei dati e analisi) e la fase di formalizzazione e sintesi dello stesso… “

Diciamo inoltre che all’atto di una restituzione grafica e comunque visuale del processo, specie se si parla di design, di una architettura, ma anche di un concept comunicativo, la differenza tra un progetto ‘classico’ (cioè privo di metaprogetto) e un metaprogetto ‘preliminare’ può sembrare nulla: l’OGGETTO può sembrare lo stesso! (fig.01) Qui la sua forza e la sua debolezza.

Va quindi spiegato necessariamente che tale rappresentazione se letta come PROGETTO è già un risultato finito di una ricerca quasi sempre tra opzioni, date anch’esse per finite, mentre come METAPROGETTO, pur sembrando un risultato finito, è ‘solo’ un esempio di indirizzo reale che si può espandere in variabili controllate grazie alla coerenza progettuale di cui si dota (fig.02).

Il primo presuppone condivisioni di scelte il secondo scelte di condivisioni.

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  1. Ilaria Selmi

    Quasi quasi ve lo rubo, questo post e lo metto su una slide per quando spiego alcuni concetti sulla ‘vendita’ ai miei clienti.. Credo che il punto sia far percepire il valore del metaprogetto, cioè renderlo un servizio di valore..idealmente anche quando non sarà lo stesso soggetto che ha ‘metaprogettato’ a passare alla fase di progettazione. Nel mio linguaggio, che, chissà, forse, un giorno, potrò condividere con le persone di Mod-o, il metaprogetto è tale e riesce ad essere ‘vendibile’, ovvero percebibile come valore di per sé dal cliente, solo quando esso rappresenti, come diciamo noi in gergo ‘la direzione della soluzione al conflitto di fondo del cliente’. Io, da arida consulente, questo conflitto me lo costruisco per iscritto con un metodo preciso e ripetibile che sta all’interno di quella materia oscura che si chiama Teoria dei vincoli (TOC) di Eliyau Goldratt. Mod-o se lo costruisce a Mod-o Suo. Qualche abile imprenditore se lo costruisce ad intuito. Ecco, mi piacerebbe ragionare insieme su questo.
    Obiettivo? Da un lato la speculazione teorica su cosa significhi vendere meglio, dall’altra un miglioramento reciproco della propria efficacia coi clienti nella doppia filiera:
    (Ilaria e/o Mod-o + cliente potenziale) > metaprogetto > cliente finale =utente
    (Ilaria e/o Mod-o + cliente potenziale) > metaprogetto > cliente del metaprogetto > cliente= utente finale

    Ilaria

  2. Ilaria Selmi

    P.S.
    Nei casi più difficili, al punto di partenza col cliente non sappiamo nemmeno che la direzione della soluzione sarà un bicchiere di vetro trasparente. Arrivare ad individuare quello come direzione della soluzione (cioè come metaprogetto) diventa, allora, un processo ancor più lungo ed oneroso. Ecco, lo so dire a parole..ma mi manca un’immagine efficace.

  3. Ciao Ilaria, è mio mestiere tradurre concetti in immagini. Qui volevo indicare che in un linguaggio ‘solamente’ visivo un metaprogetto può essere ‘facilmente’ confuso con un progetto bello che finito e concluso, mentre un metaprogetto apre, ed è il suo obiettivo, nuovi versanti di sviluppo progettuale, fissando diciamo delle invarianti condivise. Su come costruire un metaprogetto, sia apre una discussione molto ampia, che mod-o si, costruisce a modo suo, coinvolgendo di volta in volta figure professionali coordinate a valutare le potenziali richieste della committenza. Mi hai accennato spesso del metodo TOC, e io dell’argomento ne ravviso l’ignoranza senza negare la curiosità, mi chiedo da ignorante appunto, ma la richiesta di un cliente nasce sempre da un ‘conflitto di fondo’? Io dico che: certo, comunque esaminare i conflitti di fondo è necessario, in primis a sostenere o ribaltare la richiesta iniziale. Il bicchiere deve essere sempre trasparente…
    Sulla tua filiera bisognerà ragionare ‘seriamente’.
    (Ps. ruba pure con licenza CC, in ogni caso posso farti delle slide ad hoc se ti servono!)

    • Ilaria Selmi

      Buon pomeriggio e grazie della risposta.
      La parola “conflitto” non deve spaventare, fa parte del linguaggio tecnico e rappresenta tutti i momenti in cui una persona, una coppia, un gruppo, un’organizzazione deve prendere una decisione che possiamo sintetizzare come scelta fra due soluzioni opposte. Sempre parlando in gergo ‘TOC’, di conflitti ne esistono di ‘leggeri’ (detti quotidiani) e di ‘pesanti’, detti ‘di fondo’. Quelli quotidiani hanno a che fare con scelte che non impattano troppo sulla vita di chi opera la scelta (per es. andare in vacanza al mare vs andare in vacanza in montagna). I conflitti di fondo, invece, sono per loro natura più strategici, cioè hanno a che vedere in modo più pesante con la visione del mondo (professionale o privato) di chi deve operare la scelta (per es. scegliere uno stile classico per l’arredamento vs scegliere uno stile moderno; aprire un secondo punto vendita vs non aprirlo; gestire il progetto secondo i proprio tempi vs gestire il progetto in base ai tempi dei fornitori consolidati etc). Spesso anche sotto conflitti apparentemente leggeri si nascondono conflitti di fondo, cioè conflitti strategici per la vita professionale o privata delle persone che sono nel conflitto medesimo.
      Vado di fantasia: se una coppia vuole ristrutturare una casa, saranno n le problematiche di discussione fra i coniugi. Ciascuna di esse potrebbe apparire ‘quotidiana’, ma esse saranno tutte riconducibili ad un conflitto di fondo fra due ‘posizioni-soluzioni’ possibili che, di norma difendono da un lato necessità di controllo (per es. economicità dei costi e del mantenimento della casa), dall’altro necessità di visione (per es. il valore estetico e sociale che viene associato all’immobile, oppure la qualità della vita che i coniugi si aspettano di avere in quella casa etc.).
      Ecco perchè, quasi sempre, quando incontriamo un cliente, più che la soluzione in sé (che è già il progetto), ci interessa capire la direzione della soluzione (cioè il metaprogetto), ovvero quel pacchetto di soluzioni possibili (diverse fra loro nei singoli dettagli) che, tuttavia proteggano sia la necessità di visione che quella di controllo.
      Se guardo alle immagini che ci avete brillantemente proposto, esiste, in qualche modo una fase del metaprogetto ancora precedente a quella illustrata che acquisisce informazioni dal cliente per arrivare a capire che la direzione della soluzione è un bicchiere trasparente, di vetro spesso e durevole.
      La Teoria dei Vincoli propone un percorso consolidato di costruzione della direzione della soluzione che parte dall’ intervista col cliente (in gergo la raccolta degli effetti indesiderati) ed arriva alla formulazione della direzione della soluzione (il bicchiere di cui sopra, appunto).
      Non è un metodo unico e spesso passa per una comunicazione emotiva forte e coinvolgente, a tratti dura, fra cliente e ‘metaprogettisti’, tuttavia, esso è estremamente efficace. Per efficace intendo: veloce, accurato (cioè che soddisfa il ‘reale’ bisogno del cliente) e, cosa non trascurabile, standardizzabile, ovvero costruito su un percorso che può essere insegnato e trasferito e non è figlio solo dell’intuito o della genialità del singolo metaprogettista.
      Non posso scrivere in questa sede degli esempi esaurienti per una mera questione di tempo, ma spero di essere stata sufficientemente chiara da far sì che la parola conflitto non spaventi ;-)

      Ilaria

  4. Trovo questo post ricco di spunti interessanti e, vista la data di pubblicazione, spero che non sia stato ormai chiuso.
    Ciò che asserisce oplapiu è apprezzabile come tentativo di definizione del concetto di metaprogetto e credo sia opportuno esplicitare meglio il senso intrinseco del termine, al fine di poter superare ogni forma di ambiguità tra progetto e metaprogetto e, quindi, poter comunicare meglio ai clienti l’importanza di tale approfondimento preliminare, preordinato al progetto vero e proprio.
    Come sopra riportato, Wikipedia definisce metaprogetto “…l’attività progettuale di natura interdisciplinare, avente per obiettivo la gestione e l’indirizzo strategico del processo di transizione tra la fase di istruttoria del progetto (raccolta dei dati e analisi) e la fase di formalizzazione e sintesi dello stesso… “.
    In altri termini, per Wikipedia, il metaprogetto si pone in posizione intermedia tra la fase di raccolta dati e analisi e quella di formalizzazione e sintesi.
    A mio giudizio sbaglia nell’individuazione di quest’ultima nel momento in cui attribuisce in toto alla fase progettuale vera e propria il concetto di sintesi.
    Mi spiego meglio.
    Un metaprogetto è completo solo se, effettuate tutte le analisi dei dati disponibili, individua la soluzione o le soluzioni possibili effettuando una sintesi dei dati analizzati in precedenza.
    Di per sé un metaprogetto non ha necessità di una formalizzazione grafica ma assoluta necessità di una sintesi dei requisiti e delle richieste prestazionali che, a monte, ne costituiscono la ragione d’essere.
    Tale sintesi individua l’insieme delle regole (requisiti di sagoma: forma, dimensione, peso, …, oppure regolamentari: altezze, distacchi, …, oppure richieste prestazionali: resistenza dei materiali, …) affinchè l’oggetto della metaprogettazione possa essere trasposto in una forma sulla quale possa essere sviluppato il progetto vero e proprio.
    In quest’ottica, quindi, le immagini utilizzate come esempio da oplapiu non centrano propriamente la questione perché rappresentano tutti beni già formalizzati e tangibili, costituiti di un’unica specifica materia (in questo caso il vetro trasparente) e , come tali, già “progetto” mentre diversamente un “metaprogetto” deve individuare al massimo un contenitore di materiale trasparente, che non è infrangibile, di capacità x cl/cc/…, di forma tronco conica/cilindrica/…, etc..
    Dell’elemento metaprogettuale l’unica formalizzazione possibile è una sagoma a “fil di ferro” (frutto della sintesi di cui sopra) corredata da tabelle, relazioni o quant’altro serva per definirne l’essenza.
    Mi scuso per essermi dilungato un po’ e spero che possano esserci altri scambi di opinioni riguardo a questi argomenti che, soprattutto per chi svolge attività di consulenza, sono estremamente importanti e dovrebbero aver più ampia diffusione presso i clienti.
    Una seria attività di consulenza permette ai medesimi clienti, attraverso l’attività metaprogettuale, grandi risparmi di tempo ed economici.
    Sta solo a noi trasmetterne l’importanza.

    • Salvatore, grazie per il tuo commento, che apre a considerazioni meritevoli di riflessione, innanzi tutto nel cercare chiarezza, comunione e definizione dei termini. Ecco forse togliendo la parola ‘sintesi’ dalla frase di wikipedia il concetto si esprime meglio. Credo altresì come sostieni tu che il metaprogetto approda ad una sua sintesi (possiamo chiamarlo ‘concept’?) che apre strade successive di ‘coerenza progettuale’.
      Gli schemi che allego al post, non erano esplicativi di un metaprogetto (ho usato un bicchiere, non voleva essere un prodotto specifico) ma una infografica semplice per mettere la pulce sulla sostanziale diversità a chi dei due sistemi (metaprogetto e progetto) non sa nulla e proprio come primo approccio al cliente, che non sempre ne comprende subito la validità.
      Il post è aperto, la discussione anche. Ciao oplapiu (marco pasian)

      • Marco, grazie a te per l’ospitalità.
        Se vogliamo darci qualche definizione, “concept” può anche andare bene.
        Per quanto mi riguarda, però, preferisco il termine italiano corrispondente, ossia proprio “Metaprogetto”.
        “Metaprogetto” è infatti un sostantivo perfettamente equiparabile a “Progetto”, del quale costituisce la base normativa.
        La “coerenza progettuale” di cui parli non è altro che la conseguenza del necessario rispetto delle indicazioni normative fornite dal Metaprogetto che, preliminarmente, si è fatto carico di individuare ciò che è possibile o meno realizzare in fase progettuale.
        Anche sulla definizione di “concept” Wikipedia sbaglia quando lo definisce come “… l’elaborato finale di un metaprogetto.”
        Non ha senso logico!
        Volendo, potremmo dire che il “concept” (o “Metaprogetto”…) costituisce l’elaborato finale della “fase Metaprogettuale”, attraverso la quale si esplica l’attività che conduce alla sintesi finale che definiamo “concept” (o “Metaprogetto”…).
        Mi rendo conto che, a volte, trasferire questi temi ai clienti è uno sforzo titanico, soprattutto in una fase di mercato, come quella attuale, nella quale predominano gli aspetti economici rispetto a quelli legati alla qualità.
        Tuttavia, proprio la carenza di risorse economiche sta portando i clienti, sempre più spesso, ad avere la necessità di capire quale strada intraprendere al minimo costo possibile.
        Si tratta “soltanto” di educarli all’uso corretto di tali espressioni verbali alle quali, però, dobbiamo saper dare una consistenza, sia in termini di entità di lavoro sia in termini economici.
        Quando il cliente capisce che, attraverso la giusta metodologia, è in grado di ottenere maggiore qualità realizzando contestualmente anche un risparmio di tempo e denaro, se non immediati comunque e certamente futuri, il suo atteggiamento diventa più propositivo.

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