Open Design Italia a Venezia: un sabato in trasferta per la banda 1xCoworkerStore

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Sabato 24 novembre a Venezia c’era una bella nebbiolina, che non ha scoraggiato la banda dei makers pordenonesi in trasferta per OpendesignItalia2012. Eravamo proprio un bel gruppone, tutti insieme in treno verso i Magazzini Ligabue.

Abbiamo assistito ad una giornata veramente smart e stimolante per noi che navighiamo in questo contesto di progettualità da tempo. 1xCoworkerStore è stata una bella esperienza che ora deve guardare oltre e reinventarsi: siamo venuti a nutrirci di nuova linfa e idee.

Chi c’era?
Provo a riassumere alcuni interventi del “torrido” convegno di mezzo pomeriggio, gli autori mi perdoneranno la sintesi e l’interpretazione.

Paolo Ulian designer: “Tutto il mio percorso nasce dalla voglia di fare per conto mio, nella mia carriera, purtroppo sono riuscito a farlo solo a piccole dosi.

I miei principi sono produrre i miei progetti lontano dalle aziende ma a contatto con gli artigiani, emancipandomi dai processi aziendali e mettendoci la faccia.

Per il futuro? Un progetto italiano per un network di artigiani che vendono on line: una specie di consorzio nel quale iniziare insieme condividendo i costi.

Il legame con la propria terra é fondamentale, bisogna scavare in modo profondo nella propria identità, rielaborando argomenti e materie prime.”

Ottimo direi! Partiamo bene, ci sono già molti argomenti che condividiamo: artigiani che si mettono insieme per un’esperienza laboratoriale, una prospettiva web, un esperinza legata alla specificità territoriale. Waw! E’ già molto!

Philippe Nigro designer: “Il limite dell’autoproduzione é che per garantire il successo economico dell’idea deve necessariamente diventare di serie, per questo il rischio è rimanere relegati in un mercato di nicchia, di oggetti piccoli. Il designer deve avere la libertá dai vincoli dalla produzione in serie e avere il potere di provare, sperimentare e andare oltre.”

Sposo il concetto e aggiungo che il buon designer deve riuscire a gestire il valore del proprio progetto nel continuo rilancio del lontano-vicino dalla produzione di serie, e questa altalena e dicotomia è ancor più vera se l’atteggiamento verso il mercato è POP.

Alberto Bassi prof: “Il designer che lavora con l’industria ritaglia dentro al mondo produttivo uno spazio di riflessione poetica: in questo modo il designer deve diventare imprenditore, oppure il design deve essere spacciato per arte.”

Già! Ci misuriamo ogni giorno nel trovare nuove definizioni per questo “movimento” e questa in fondo è un’altra visione ancora… penso che in una fase di approccio “naturale” al design si mescolano sempre artigianalità e arte e in fondo è questa l’alchimia giusta per portare energia nel progetto.

Stefano Maffei prof: “Emergono nuove forme del fare, con le nuove tecnologie che provengono da prototipazione avanzata. Designer è colui che può oggi diventare imprenditore in modo temporaneo solo in alcuni processi, nei quali investe uno slot del proprio tempo.

Il designer che progetta in un’ottica complessiva riesce anche a riorganizzare il processo ed ad entrare nella valorizzazione del prodotto, attraverso nuove forme di commercializzazione: così fanno gli innovatori indipendenti, che lavorano individualmente e in rete costruiscono uno scenario di sperimentazione con nuovi percorsi sociali e di memoria, contribuendo ad esempio ad una nuova visione di politica della cittá.

La domanda é a chi giova l’autoproduzione?

Il nuovo modello che emerge é legato al valore della relazione, per ricostruire una reputazione dei consumi, dopo la lacerazione del processo consumistico.
L’idea di agire in modo collettivo é la parte socialmente evolutiva della relazione e abilita molte piu persone a partecipare al nuovo processo.”

Quanto ci piace questo prof! Ogni incontro con lui ci riporta in modo efficace dentro le cose che stiamo sviluppando, ci aiuta ad avere una visione d’insieme, a tenere conto di una complessità straordinaria. Il binomio imprenditore e designer che si occupa di tutto il processo sia ideativo sia di produzione e commercializzazione con un approccio di gruppo, di rete, in modo collettivo è il progetto che abbiamo in testa. In ogni modo lo si voglia declinare l’orizzonte è sempre quello della ri-costruzione di una visione innovativa del mercato.

Stefano Micelli economista: “Con l’accesso alla rete e la condivisione della conoscenza open, la nuova contiguitá fra domanda e offerta diventa un’esigenza culturale.

La rete fa emergere la differenziazione delle preferenze, la parcellizzazione della domanda, i microsegmenti di mercato.

L’economia della conoscenza ha portato come contraltare una riscoperta di una dimensione profondamente materiale.

Spostandosi lungo la catena del valore, altre due caselle possono essere piú profittevoli: l’artigiano designer sviluppatore, che progetta a monte, oppure il lavoro a valle del sistema produttivo, l’ultimo miglio personalizzato.”

I due sono sicuramente partner, visionari e complementari, insieme infatti, Maffei e Micelli, disegnano un “movimento” consistente, pieno di valori sociali ed economici che impongono al comparto industriale una valorizzazione del prodotto-produzione che riconquisti una forte identità, che si appropri di nuovi “canali” di ricerca, sviluppo e distribuzione. 

L’innovazione (per alcuni) è dietro l’angolo e Open Design Italia come molte altre manifestazioni propongono agli imprenditori paradigmi diversi di approccio al futuro della propria impresa.

Jorg Surmann (International Design Festival Berlin): “Tutti abbiamo dei bisogni ma dobbiamo spostare il locale verso il globale: in questo modo l’autoproduzione è l’unica strada per portare avanti le proprie idee. Dobbiamo ragionare molto sui processi: il progettista ha un ruolo sistemico”

Il progettista diventa una figura più complessa, per questo mai singola, che ha bisogno di una visione multidisciplinare. Ha imparato a nutrirsi di relazioni artigiane, commerciali e gestionali, che elabora e coordina per finalizzare in modo “leggero” un processo di prototipazione molto efficace.
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Oggi un designer che crede nell’autoproduzione in realtà lancia al Secondario una sfida: 

“sono il miglior interprete dei bisogni del mio stesso target, la tua azienda può sopravvivere se lascia spazio nei processi esistenti alla mia contaminazione del prodotto di serie, se prende in considerazione nuovi canali distributivi e se piega marketing e comunicazione ad un uso quotidiano di canali di ascolto per rielaborare in tempo reale la domanda…”

Beh, mi sono proprio goduto questo sabato!
gianni
 

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  1. Una riflessione sui vincitori del 1°- 2°- 3° premio Opendesignitalia: sono tre progetti autoprodotti con la vocazione di un rapido ingresso nella catena produttiva.
    Il primo legato alla valorizzazione della materia prima: l’argilla, nella formazione di accessori per l’ambiente bagno, Jorg Surmann sosteneva che è nel materiale che si trovano idee innovative, per decretare con esso il legame con la terra di provenienza, ma anche approfondire e conoscere, quindi indicava la strada di “scavare sull’esperienza”.
    Il secondo e il terzo invece, premiano l’aspetto interattivo con il consumatore finale: una libreria che si monta senza viti, ma con semplici elementi d’incastro a prova di bambino, quindi giocosità e semplificazione sono gli input sensoriali, infine il cartoncino ecologico rilegato per comporre quaderni, calendari non convenzionali, l’utente personalizza l’uso dell’oggetto con semplici azioni; l’illustrazione dei progetti nel prossimo numero della rivista Ottagono.
    Mi piace pensare che nell’era della complessità si guardi ai materiali basici: terra, legno, acqua, come auspicio di una natura pervasiva per il benessere della persona, che possa trarre le sue energie da elementi facilmente reperibili e che riscrivono la storia del proprio territorio.

  2. wanderingcoworkers

    Reblogged this on 1x coworker store.

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